Un tempo strano...

Un tempo strano...

Una conversazione con gli autori del libro "C'è dell'oro in questo tempo strano"



MARINA MARCOLINI


Perché abbiamo paura della solitudine?
Prima del 2020 non mi ero mai posta questa domanda. Nell’anno trascorso essa è diventata per me un grimaldello, utile per forzare porte sbarrate, aprire serrature arrugginite da chissà quanto tempo (…)
In questo anno, vivendo da sola, ascoltandomi, osservandomi, parlandomi, ho scoperto che la solitudine è per me uno spazio di libertà e una culla, una incubatrice di gioia, di vitalità e saggezza.
Che certo non esclude la sofferenza, anzi forse in certi momenti la acuisce, ma la rende in ogni modo feconda.
Solitudine nel mio vocabolario è diventata una parola profonda, una porta che apre. Uno scavo tra i preziosi tesori di una miniera.
Quando dico solitudine, non si avvia più in me in automatico il disco della tristezza, ma qualcosa di più complesso, una musica che sa insieme di mancanza e pienezza, di inquietudine e benessere.
Non una prigione che rinchiude, ma un mare in cui nuotare e che spalanca a un grande spazio di libertà. Si può godere anche dello stare da soli, senza che questo si trasformi in una fuga regressiva che ci porta a chiudere il cuore agli altri.
Solitudine può essere fare spazio perché ci sia più posto. Posto per accogliere l’altro come un re, uno da rispettare, davanti al quale inchinarsi. Uno che non ti appartiene, che non è tuo.
È non dipendere più dagli altri, non cercarli per bisogno, ma lasciarsi afferrare dallo stupore per la grande gioia che essi esistono (…).
Quando sei solo a lungo, prima di tutto devi fare i conti con te stesso e quasi sempre sono conti che non tornano, bilanci con grandi disavanzi, disordinati e in perdita. Il primo passo è starci di fronte senza paura. Il pentimento credo sia questo: riconoscere i fallimenti, soffrirne ma senza farsi schiacciare dai sensi di colpa.
Restiamo forti in questa convinzione: esiste un’acqua limpida, purissima, una corrente celeste d’amore che lava e ama, ama e lava, e rigenera e disseta. Non fa che questo, eternamente, instancabilmente e in modo traboccante. Se ti esponi alla sua azione sei salvo, in qualsiasi situazione tu sia, qualsiasi chiodo tu abbia conficcato. L’amore leva il chiodo e riempie il foro, la tua vita è rifatta nuova.
Poi cominci ad amarti, ad amarti veramente per quello che sei. Ti vedi nella tua fragilità, con lo sguardo con cui guarderesti un bambino: come se fossi una madre che ti vuole bene.
Questo sguardo materno verso noi stessi, sapiente e amoroso, è la cura ai nostri dolori più antichi, quelli che ci portiamo dietro da sempre.
Non sei stato amato abbastanza? Nessuna donna, nessun uomo ti darà l’amore per colmare quel vuoto, se non tu stesso. È inutile cercare fuori. Puoi trovare amore vero fuori di te, certamente, ma quel vuoto antico, dove ogni tanto precipiti, solo tu lo puoi colmare.
Io lavoro su me stessa usando l’immaginazione. Un’immagine ricorrente che nasce in me in modo spontaneo è il burrone: quella voragine che si apre in noi, perdita, abbandono, mancanza, sete, desiderio. Dopo tanti aggiramenti del precipizio o inciampi e cadute al suo orlo, ho scoperto che c’è Qualcuno che lancia passerelle per farci attraversare.
All’inizio dà le vertigini: stare in piedi su un ondeggiante ponte tibetano sopra gli abissi del proprio dolore – che in fondo è il dolore esistenziale, il dolore dell’essere umani – ed osservarlo, è sconvolgente, ti senti risucchiato. Poi prendi confidenza col vuoto. E col tempo il vuoto si colma. Il burrone diventa una conca verde. Puoi posare i tuoi passi
su quel suolo senza paura, e magari scoprirci un bellissimo fiore raro.
Un’altra immagine affine è la rete del trapezista. Mi ha sempre rassicurato quella rete quando andavo al circo da bambina. Quel giovane che volteggiava, che sembrava non aver peso, era protetto e potevo quindi abbandonarmi al piacere di guardare i movimenti disegnati dalle sue membra agili nell’aria.
Così è nella nostra vita. C’è una mano buona che non ti lascerebbe mai cadere,
e se ogni tanto ti lasci andare per stanchezza o delusione, quella mano ti raccoglie. Puoi abbandonarti a occhi chiusi e lei ti rilancerà in alto, come la rete su cui rimbalza il trapezista.
Io non so di chi sia, non voglio darle un nome. Sento che un nome è troppo poco. Se dicessi Dio, dovrei poi chiedermi quale Dio, e adesso non me lo voglio chiedere.
Lo chiamo Tu. Il Tu per il quale io sono io e senza del quale io non sarei.
A stare nella solitudine, dimenticandone il vocabolario solito e trito, si scopre a un certo punto che non si è soli.
Sembra ovvio, ma non ci pensiamo mai: noi non perderemo mai la compagnia di noi stessi. In nessun momento della mia vita, e neppure al momento della mia morte, io potrò abbandonarmi. Sarò sempre con me. Non sarò mai sola, anche se finissi nel luogo più deserto e dimenticato del mondo.
Se uso il tempo della solitudine – non importa come sia arrivato, se cercato oppure capitato contro la mia volontà, forse anche inizialmente odiato – per fare pace con me stessa, per volermi bene e per sostenermi nelle difficoltà con tenerezza, mi troverò ad avere con me, in ogni attimo delle mie giornate e delle mie notti, la dolce e inseparabile compagnia di una persona amante. Una persona che non potrò mai perdere
e che mi conosce più a fondo di qualsiasi altro.
Ama il prossimo tuo come te stesso: se nell’amore che offro al mio prossimo riconosco l’azione di Dio, perché non dovrei riconoscerla nell’amore che offro a me stessa?



ERMES RONCHI



Essere creativi
La prima cosa è dare respiro alla mia autenticità, alla originalità che è in me e in ciascuno,
che è come un seme da custodire e da coltivare. Ognuno di noi ha questa genialità che gli è propria, che non è fatta di super poteri o di talenti speciali, ma della propria unicità: perchè nessuno ama come te, nessuno spera come te, nessuno ride come te.
Papa Francesco mi ha commosso perché nella Evangelii Gaudium fa appello alla creatività dei cristiani, di tutti, e lo fa per 14 volte. Non fa appello alla tradizione, né all’obbedienza, ma alla creatività nel pensiero.
Ci avevano sempre detto, il magistero almeno, ‘ubbidisci e segui la strada indicata.’ Poi è venuto il grande Francesco e ha detto ‘crea la tua, la nostra strada’. Padre Vannucci, anticipatore come sempre, a noi studenti di teologia diceva ‘Ragazzi, non pensate pensieri
già pensati da altri’ altrimenti lo Spirito Santo avrebbe sprecato la sua genialità.
Il secondo modo per aiutare le nostre giornate a essere nuove, è semplicemente fare oggi una piccola cosa nuova. Anche solo una telefonata più cordiale a quella persona sola, un regalino a mio marito, a mia moglie, anche solo leggere una poesia, la pagina di un libro, piantare un fiore.
Mi prendo del tempo per accogliere questo tempo strano che stiamo vivendo, non inzeppandolo di televisione e di malumori, non continuando a riciclare gli stessi stanchi rituali di sempre, ma regalandomi qualcosa di nuovo, oggi.
Non è impossibile e il profeta Isaia (Is 43,19) presta la voce a Dio e gli fa dire: “Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?”
Dio non è vecchio, non è ripetitivo, fa cose nuove. Il concetto di novità fa parte integrante
del nome di Dio.


Stare dentro la notte
Non manca il nuovo, mancano gli occhi. Il simbolo dei monaci antichi era l’uccello notturno dai grandi occhi, chi dice la civetta, chi il gufo, comunque è l’uccello che vede nel buio, che canta il suo richiamo quando il silenzio della notte avvolge tutti gli altri viventi.
Ecco allora, avere occhi grandi che cercano nella notte che stiamo vivendo. I tempi dentro questa pandemia, sono avari, chiusi, scuri. In questa notte allora c’è bisogno di essere un po’ profeti e un po’ gufi. Ciascuno di noi può esserlo, con semplicità, si tratta di non vivere addormentati, di fissare con occhi grandi le cose e di interrogarle.
Sono tempi scomodi questi, eppure ho visto che molte cose di me mi si rivelano quando sono scomodo, capisco molto più di me quando sto nella fatica. Don Milani diceva ‘Fino a che c’è fatica, c’è speranza’ e oggi c’è questa fatica condivisa, c’è chi non ne può più ed è stato straziato dal dolore, da una perdita.
Però guardiamo bene: c’è chi ciò che accade cerca di buttarlo nel cestino e chi lo interroga perchè anche la fatica, anche la notte, anche il deserto sono da interrogare, contengono un messaggio. Se guardiamo nella Sacra Scrittura, le cose più importanti avvengono di notte: l’esodo di Israele dall’Egitto, la nascita di Gesù a Betlemme, l’ultima cena, l’inizio della passione, perfino la croce quando da mezzogiorno alle tre si fece buio su tutta la terra e infine la risurrezione.
La notte non è solo tempo di fantasmi, di paure, ma anche di nascite, di amori, di creazione, di fecondità. È vero che la notte che viviamo porta con sé significati negativi: il non vedere, il non capire, il rischio di perdersi, di smarrirsi, la sofferenza, la confusione del cuore, la paura. Nonostante questo le notti sono necessarie. Se fosse sempre luce, finiremmo abbagliati, mentre veder uscire ogni mattina le cose dal grembo della notte e vederle offrirsi di nuovo alla luce, ascoltare il grido acuto e sottile del sole che sorge che ricomincia fedele daccapo, porta una benedizione.
Allora se portiamo la metafora della notte nel campo di questo tempo buio che viviamo,
sentiamo germogliare incertezze, paure, ma anche una forma di maggiore intimità con noi stessi. E allora approfittiamone, perché la notte è amica delle nascite.


Essere attenti
Albert Camus ha una frase bellissima: «Nel profondo dell’inverno ho finalmente imparato
che c’era in me un’estate invincibile»; non nel cuore dell’estate, nel cuore dell’inverno
troviamo anche noi la nostra estate. Siamo qui perché crediamo nell’invincibilità del sole, della luce, della fiducia, crediamo al profeta che dice: “Io vi darò un cuore nuovo”. Un cuore nuovo cos’è? Ma è il cuore stesso di Dio e ci sarà dato di amare con il cuore stesso di Dio. Ecco un cuore nuovo “non ve ne accorgete?” No, non ce ne accorgiamo, perché manca l’attenzione.
Simone Weil diceva che “L’attenzione è una forma di preghiera”. Io credo che la grammatica di una vita spirituale autentica, viva consista nell’imparare l’attenzione.
Vivere allora con attenzione come bambini, come innamorati è la condizione per sentire che nel cuore dell’inverno c’è l’invincibilità dell’estate. Ecco, il segreto per vivere con attenzione io penso sia quello di sentirsi mendicanti: io mi sento uno che ha bisogno, che non è sazio, che ogni giorno cerca di moltiplicare l’ascolto, ogni giorno bussa a una porta di chi può darmi una parola per il viaggio, alla porta del mondo, di un uomo, di una donna, di un libro. I maestri esistono, dobbiamo ricominciare a cercarli.
Ieri pomeriggio stavo seduto sotto un ulivo centenario vicino all’eremo, a guardare le piccole foglie cangianti che oscillavano piano piano muovendo il ramo. Il ramo si muoveva poco, e non riusciva a smuovere nulla del tronco saldo in terra. Immaginavo me come un rametto d’ulivo: si muove contro il cielo, sbatte contro altri piccoli rami, disegna nell’aria a capriccio del vento, ma intanto è saldo sul suo tronco. Sono una fogliolina di colore cangiante, una goccia di verde tra cielo e terra, tra il vento che mi fa dondolare e il tronco che mi trattiene, delicato e forte.
In questo momento di malattia e di contagio siamo così, io almeno, sbattuto qua e là dalla paura e dal dolore che mi arriva da tante persone, dall’averlo in parte provato anche qui in comunità, eppure saldo per le radici di fiducia nel mio Signore e intanto sono da qualcuno nutrito misteriosamente, ma sicuramente.
Allora sto all’ombra, ma non solo, del mio ulivo, insieme anche all’ombra di Dio e mi sento nuovo. E allora posso gustare la vita, un attimo alla volta senza paura, un passo alla volta senza temere di smarrirmi, un dondolio alla volta senza capogiri o vertigini. Sono ben attaccato al mio ulivo grande e proprio qui avverto qualcosa dell’eternità, sono ancorato e sono leggero, movimenti sempre nuovi di foglie nel vento e stabilità di radici. Qualcosa di dolce e forte, forse così può essere l’eternità: una danza perenne nel vento che è lo spirito, dentro la mia radice che è Dio.
Credo che per pregare, cioè entrare nel cuore dell’essere, basta un attimo di attenzione perché tutto parla, tutto, ha una voce, una luce, tutto può guarire il cuore mendicante. Occorre fermarsi, però, solo da fermo io riesco a pormi le grandi domande, solo se ti fermi puoi mettere sulla tua pelle il confine dell’infinito. Il tempo non è tuo, ti fermi e continua a fluire, le nuvole viaggiano, la foglia dondola. Sei dentro qualcosa che ti supera da tutte le parti, sei seduto sulla sponda dell’infinito e questo è il nuovo che ti abita e ti fa nuovo.
Nella Bibbia il termine ‘nuovo’ ricorre 350 volte e forma perciò una trama costante, importante della visione biblica della storia di Dio. Il contrario di nuovo è vecchio, riciclato, obsoleto, ripetitivo, abitudinario, che guarda indietro. Ma chi lo vuole un Dio così? Dio non è noioso, la noia svuota le chiese, uccide i sogni e forse anche la bellezza di Dio che assicura ‘Ecco, faccio nuove tutte le cose’, adesso, al presente, tutte ininterrottamente, presiede a tutte le nascite: alla nascita del giorno, al primo attimo di coscienza. Non soltanto siamo fatti nuovi noi, ma perfino le cose, la luce, il filo di rugiada, le stelle.
Ecco, noi siamo in questo stato di continua creazione, è questo che mi dà forza e serenità.

dove

quando